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Dietro il successo della serie tv “Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare

Interrogativi e riflessioni su un grande capolavoro grafico

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“E' inutile che vivi fuori se muori dentro”. Un muro con incisa questa frase. Inizia così il primo episodio di “Strappare lungo i bordi” , la serie tv Netflix ideata dal fumettista romano Michele Rech, in arte Zerocalcare. Una frase che richiama quella realmente presente sul muro del complesso penitenziario di Rebibbia e che ci catapulta in un attimo nel mondo di Zero. 
Una sententia che è la prima di una lunga serie, un interrogativo nascosto che ci induce, sin dalle prime battute, a metterci in discussione, a cercare delle risposte. E vestiamo in un attimo i panni di Zero, ripercorriamo insieme a lui le “tracce” della sua esistenza, viaggiamo con lui in treno, verso una destinazione inizialmente ignota, insieme agli amici di sempre, Sarah e Secco. 
Scopriamo, presto, di essere tutti un po' Zero. Indecisi, facili prede di paranoie. Abbiamo compiuto, talvolta, nel corso della nostra esistenza, scelte dettate non dal nostro io ma dal voler seguire le imposizioni della società, dal voler camminare lungo quella linea tratteggiata che delinea la nostra forma. E il destino, secondo Zero, avrebbe fatto la sua parte, aiutandoci a strappare lungo i bordi. “E allora noi andavamo lenti perché pensavamo che la vita funzionasse così, che bastava strappare lungo i bordi, piano piano, seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto avrebbe preso la forma che doveva avere. Perché c’avevamo diciassette anni e tutto il tempo del mondo.”. Eppure, guardando indietro, ti rendi conto che non c’è nulla di perfetto nella tua forma, che è totalmente frastagliata, è una “cartaccia senza senso”.
Zero, in sei episodi della durata di 15/20 minuti, ripercorre tutte le sue scelte esistenziali: dall’invio dei curricula lavorativi, esercitato solo per rappresentare se stesso all’interno di un paradigma di integrazione sociale, alle scelte più banali, come quella di una pizza al ristorante, che, però, spesso l’hanno messo in crisi. A fargli cogliere tutta la sua inadeguatezza nel contesto sociale e relazionale è la sua coscienza, il simpatico Armadillo che lo inchioda costantemente, lo porta a spogliare il campo da ogni illusione e a guardare in faccia il vero. “Sei cintura nera de come se schiva la vita”. L’Armadillo invita Zero a comprendere come sia lui a determinare il corso della sua esistenza, la sua “forma”; è artefice delle proprie scelte e, quindi, della propria felicità o infelicità. 
La felicità o l’infelicità è ciò che si può ricavare anche dalle relazioni sociali. Zero ama Alice ma il loro è un amore mai vissuto, mai compreso e infine, terribilmente, rimpianto. E poi ci sono Sarah e Secco. Come non riconoscersi un po' anche in loro? Sarah è la “mente” razionale, che aiuta Zero, con semplicità, a riflettere sui propri comportamenti, liberandolo dalle sue paranoie. “Ma non ti rendi conto di quant’è bello? Che non ti porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato?”. Sei un filo d’erba, una traduzione metaforica della fragilità dell’esistenza che consola Zero, lo esorta a non sentirsi responsabile del malessere altrui, di tutto ciò che accade nel mondo. Infine c’è Secco, immerso in una sua dimensione parallela. Non si pone domande esistenziali, vive alla giornata, al momento con l’unico pensiero “Annamo a pijà un gelato?”
Sono questi i componenti dell’universo di Zero, l’universo di una serie “Strappare lungo i bordi” che continua ad essere tra le più viste in Italia. Una serie su cui sono piovute notevoli critiche, attacchi linguistici, in particolare al romanesco imperante. Zero, qualche giorno fa, ha risposto con un tweet “Madonna regà ma come ve va de ingarellavve su sta cosa”. Un tweet efficace che risponde a chi vuole guardare il superfluo, il contenitore e non il contenuto della serie. Potrà non essere gradito il romanesco o alcune scene più trash, ma “Strappare lungo i bordi” rappresenta un piccolo capolavoro cinematografico. Dalla grafica alla scelta della musica punk fino ad arrivare alla semplicità disarmante con cui veicola messaggi di rilievo. Ed è proprio questa semplicità data anche dal tanto “fastidioso” romanesco a colpire nel segno, e a lasciare, spesso, lo spettatore con il nodo in gola. Chi non apprezza questa serie tv, forse, non ama il cambiamento, non ama interrogarsi sulla propria forma, vive senza obiettivi come Zero. “Ma te che obiettivo te sei dato?” “La domanda mi devasta. La verità è che io non c’ho obiettivi”. Vive alla giornata in un costante stato di precarietà, attendendo che sia il destino a tracciare la sua forma, a strappare lungo i bordi per poi trovarsi in mano una cartaccia senza senso, totalmente distante da ciò che ha sempre creduto o crede di essere.


mercoledì 8 dicembre 2021

Alessia Vanaria

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