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La“green economy“ in Italia

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L’unica “ancora di salvezza” per cercare di creare occupazione e sviluppo in Italia è la “green economy”. “L’Italia, per fortuna, non è all’anno zero in green economy” ha tenuto, tempo fa, ad evidenziare Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. “Investire in green economy significa fare economia circolare. L’economia circolare deve, in tempi brevi, sostituire l’economia lineare perché le risorse non sono illimitate. I vantaggi economici di questi investimenti green sono molteplici” secondo Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile. “Il primo riguarda i costi evitati dell’inquinamento e di altri impatti ambientali; il secondo la capacità di queste scelte green di attivare, con investimenti pubblici, effetti moltiplicatori anche di quelli privati; il terzo vantaggio sta nella capacità di utilizzare e promuovere innovazione, diffusione di buone pratiche e buone tecniche”. L’Italia è ancora prima fra i grandi Paesi europei in economia circolare, agricoltura biologica e eco-innovazione, ma ha ancora molto da fare sul consumo del suolo, la tutela della biodiversità e la decarbonizzazione. Dal Consiglio Nazionale della Green Economy arrivano sette priorità programmatiche per rilanciare l’economia italiana. L’Italia ha un comportamento virtuoso in Europa in tema di economia circolare, un modello di sviluppo pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi. Italia batte Germania 103 a 88 in economia circolare. Il nostro Paese è in pole position nelle classifiche europee sull’indice complessivo di circolarità, ovvero il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse, utilizzo di materie prime seconde e innovazione nelle categorie produzione, consumo e gestione dei rifiuti. Serve adesso una governance in grado di mantenere questo vantaggio di competitività italiano”, avverte. La valutazione del Cen (Comitato europeo di normazione) si basa sui risultati raggiunti dai Paesi in 5 macro-aeree: produzione, consumo, gestione dei rifiuti, materie prime seconde, innovazione. Sono anche i 5 aspetti essenziali dell’economia circolare. Se non si recepiscono, in tempi brevi,in modo pieno ed efficace, le politiche europee in questo settore vitale, facendo tra l’altro partire i decreti che tecnicamente regolano il trattamento e la destinazione di quelli che finora sono considerati rifiuti e che invece possono diventare una vera risorsa per la manifattura italiana, rischiamo, di fatto, di perdere non solo un primato ma un’occasione, unica e irripetibile. di rilancio economico essenziale. Entro il 2023 l’economia verde sarà in grado di creare mezzo milione di posti di lavoro. Anzi, già oggi vale il 2,4 per cento del Prodotto interno lordo. A sostenerlo è un focus di Censis e Confcooperative (“Smart&green, l’economia che genera futuro”). Nel rapporto “il green” viene definito “il nuovo eldorado dell’occupazione italiana”. I dati raccontano di come, “da oggi al 2023, ogni cinque nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive in Italia uno sarà generato da aziende eco-sostenibili; oltre il 50 per cento in più di quelli del digitale (che non riuscirà ad andare oltre 214mila nuovi occupati), e il 30 per cento in più di quelli prodotti dalla tutte le imprese della filiera salute e benessere (che si attesterà a 324mila assunzioni). L’occupazione in ambito eco-sostenibile – tenendo conto delle stime di crescita del Pil italiano elaborate dal Fondo monetario internazionale, e delle previsioni del Sistema informativo excelsior (cioè di un fabbisogno, tra il 2019 e il 2023, di nuovi posti di lavoro pari a 2 milioni e 542 mila) – coprirebbe una quota del 18,9 per cento del totale fino al 2023. In termini assoluti, “il volume di lavoro con questo profilo di competenze sarebbe pari a 481mila unità, poco meno di 100mila all’anno”. L’Italia, con il 76,9%, è il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti, più del doppio della media Ue (36%) e meglio di Francia (53,6%), Regno Unito (43,6%), Germania (42,7%) e Spagna (36,1%). E per quanto riguarda le emissioni di gas serra, l’agricoltura italiana sta facendo molto e bene: con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto dal settore primario made in Italy, si producono il 46% di gas serra in meno della media Ue 28. Molto meglio di Spagna (+25% rispetto al nostro Paese), Francia (+91%), Germania (+118%) e Regno Unito (+161%). Inoltre, l’Italia ha il minor numero di prodotti agroalimentari con residui di pesticidi (0,48%), inferiore di sette volte rispetto ai prodotti francesi e di quasi 4 volte di quelli spagnoli e tedeschi ed è campione sul fronte del biologico: 64.210 i produttori biologici italiani, molti di più di Spagna (36.207) e Francia (32.264). Investire in questo settore è di vitale importanza. Per far questo bisogna agire per eliminare, in tempi brevi, il consumo del suolo, la tutela della biodiversità e la decarbonizzazione..

mercoledì 24 giugno 2020

Dario Buonfiglio

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