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"La giustizia è un caposaldo della mia vita", lettera aperta del giovane neo deputato regionale

Luigi Genovese: “Profondo rispetto nella magistratura“

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Non sono stati certo giorni semplici, questi ultimi. Ho letto più volte le 179 pagine che mi sono state consegnate la mattina del 23 novembre; pagine che mi vedono al centro di un’indagine preliminare che è arrivata in un momento fondamentale della mia vita, a poco più di due settimane dall’esito del voto che mi ha consegnato l’onere e l’onore di dover rappresentare la mia città e la mia provincia all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana. Sul procedimento in corso, mi preme solo ribadire quanto già dichiarato a caldo: nutro profondo rispetto nei confronti della magistratura. Un rispetto non di circostanza o retorico, ma granitico e sincero, di chi fa della giustizia un caposaldo della propria vita. Da studente, prossimo al conseguimento di una laurea in giurisprudenza, però, avverto la necessità di sottolineare con forza che ogni parola ha un senso e che l’utilizzo delle parole non è mai banale, soprattutto quando si affrontano articolati temi giuridici. Perché c’è una differenza netta tra un indagato ed un imputato, o tra un imputato e un condannato, o tra una sentenza di primo grado e una condanna definitiva. Eppure, nel tritacarne mediatico, spesso intriso di moralismo, le parole vengono impropriamente utilizzate come fossero sinonimi. Puntualmente, la gogna riprende forza e vigore, il più delle volte senza considerare il peso specifico delle diverse fasi in cui si articola un procedimento in corso. Dalla lettura di quel provvedimento ho maturato la piena consapevolezza della mia assoluta estraneità rispetto all’interpretazione data alle vicende trattate dai magistrati e dal giudice per le indagini preliminari. Con serenità, ritengo che non siano state valutate a dovere alcune situazioni, per cui sono certo che il seguito dello sviluppo istruttorio chiarirà ogni aspetto e mi restituirà la piena onorabilità. In tal senso, non nutro alcun dubbio: piuttosto, il mio dispiacere è legato alla consapevolezza dei tempi prevedibilmente lunghi che mi separano dal giorno in cui questa vicenda sarà definitivamente chiusa. Vi chiederete perché ho scelto di non rispondere oggi alle domande degli inquirenti. La decisione non è stata facile ma, alla fine, dopo un confronto con il mio legale, ho ritenuto più utile affidare gli argomenti a mia difesa ad uno scritto che sarà, quanto prima, depositato con i necessari documenti a sostegno. Quel giorno - dicevo - arriverà, ma di certo, alla inversione di direzione, non verrà riservato uno spazio proporzionale ai fiumi di inchiostro e di parole che si sono sprecati in questi giorni. Non pretendo tanto, come non pretendo le scuse di chi si fregava le mani in attesa che l’”Enfant Prodige” – come mi definisce in tono sarcastico qualcuno - venisse azzoppato da un’inchiesta giudiziaria che ha rinvigorito i filosofi dell’impresentabilità, i nostalgici delle “liste di proscrizione”, quelli che oggi brindano alle disgrazie altrui e recitano come un mantra la frase “noi ve l’avevamo detto” A chi alimenta strumentalmente il circo delle allusioni e la girandola delle illazioni non ho nulla da dire oggi e non avrò nulla da dire in futuro. L’unico augurio che posso fare a me stesso, alla mia isola ed al mio paese è che, quando questa vicenda verrà definitivamente chiusa rivelandosi infondata, il mio caso possa essere oggetto di una profonda riflessione, che vada oltre la dimensione politica e sia da stimolo per l’opinione pubblica. In attesa che ciò accada, assicuro che quello che sono stato chiamato a rappresentare all’interno del Parlamento più antico d’Europa è un ruolo che interpreterò nel pieno rispetto delle regole, senza tradire le aspettative di legalità e diligenza dei tanti che, sostenendomi, hanno riposto in me piena fiducia.
martedì 28 novembre 2017


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