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Nota di un nostro lettore

Gli italiani e il “vizio del gioco“

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Era il 1946, la Seconda Guerra Mondiale si era conclusa nel 1943. Messina per 6 lunghi mesi era stata martellata da furiosi bombardamenti e stava tentando una disperata volontà di ripresa che si presentava complicata, ma si notavano comunque importanti sussulti di reazione.
 Io, nove anni appena compiuti, vivevo presso parenti di mia madre  poiché i miei in quel periodo si erano momentaneamente trasferiti in Calabria. Erano una coppia di anziani, lei casalinga e lui Cav. Santagati, Gestore del Banco Lotto situato sul Viale S. Martino pressi Ponte Americano (ora Viale Europa). Le scuole funzionavano a singhiozzo per ovvie ragioni e il Cav. mi portava con sé al Banco Lotto, perché studiassi e mi aiutava dandomi suggerimenti e spiegazioni. Mi distraevo quando entravano scommettitori che, lo ricordo bene, erano in maggioranza soggetti anziani/e. Raccontavano sogni o incontri che Nonno Santagati sdoppiava dopo avere consultato “La smorfia” il libro che assegna un numero da 1 a 90 ai sogni o fatti strani che i vari avventori raccontavano. Il locale Banco Lotto era un ambiente non particolarmente elegante; un bancone e alcuni blocchi ricevuti intercalati da carta carbone, un calamaio e due penne con pennini lucidi che il Cav. usava per scriverci gli ambi, terni, quaterne o le cinquine. Ecco, ho voluto ricordare questo periodo della mia infanzia, per significare che sin da allora c’erano – anche se in pochi data la povertà e l’indigenza generale del momento - quelli col vizio di provare a vincere(?). L’epoca era quella in cui la frase più ricorrente era “abbasta chi ccè a saluti”, che in tanti pensavano di completare con: “Ma si ci sunnu puru i soddi è megghiu ancora” e perciò tentavano al Lotto. Poi col trascorrere degli anni l’esercito del “31 e 47” perse una buona fetta di adepti, passati (era il 1946) al Totocalcio, dove si riteneva fosse più facile realizzare il 12 piuttosto che azzeccare il terno e a seguire, gli addetti ai lavori – Autorità Ministeriale compresa - si sbizzarrirono alla ricerca di sistemi tesi a stimolare nelle menti deboli la voglia del rischio, che in molte occasioni si trasformava in LUDOPATIA; una sorta di “dipendenza” cui sicuramente ha contribuito il cosiddetto “gioco illegale” quale ad esempio le scommesse clandestine che nel tempo hanno visto clamorose vincite milionarie, passate poi alla cronaca anche perché qualche vincitore dopo avere sperperato la vincita era finito in miseria e qualche altro si è tolto la vita. In seguito dopo un positivo “rodaggio”, il TOTOCALCIO passò al 13 e 12 e cominciarono ad andare forte anche l’ENALOTTO e il TOTIP e - per non farci mancare nulla - nel 1957 arrivò la “Lotteria di Capodanno” poi rinnovata in “Lotteria Italia”. E siamo finalmente ai nostri giorni dove la fanno da padroni assoluti le “Slot machine” e – udite udite – il “Gratta e vinci” le cui cartelline oramai inondano banchi e pareti di Tabacchini, Edicole, Cartolerie Bar e altri luoghi di assembramenti dopolavoristici. Permettetemi ora gentili lettori, di esprimere qualche considerazione sul fenomeno che a mio modesto parere va definito col suo vero nome, “Gioco d’azzardo”, senza la pretesa di debordare dalla semplicità del ragionamento che trova legittima motivazione nell’oramai prossimo capolinea della mia esperienza di vita. Mentre scrivo, c’è una moltitudine di scommettitori in attesa e con la speranza di aggiudicarsi lo jackpot di 203 milioni del SUPERENALOTTO che non si fa vedere dal mese di giugno dell’anno scorso. è dimostrato dai fatti che il 70% di coloro che vincono somme ingenti di denaro, riescono a dilapidarle in un paio d’anni. E mi viene in mente quanto sentivo predicare dal Cav, Santagati agli scommettitori e cioè che il denaro che arriva “dal cielo” bisogna saperlo amministrare. Rimane il monito essenziale e cioè che si può vivere serenamente con quel poco o tanto che arriva dai canali ordinari, lavoro, pensione, attività commerciali ecc, fermo restando che se da una cartellina GRATTA E VINCI arrivano un paio di milioni, basta restare coi piedi per terra e amministrarli con parsimonia e saggezza. Purtroppo è successo che alcuni vincitori di Lotterie abbiano avuto le “mani bucate” e che si siano ritrovati poveri in canna. Immagino che molti lettori leggendo questo commento abbiano pensato: “Beh, se vincessi dei milioni, sono certo saprei amministrarli, e non mi farei prendere dalla voglia di spendere e spandere”. Vabbè, è anche vero però che le buone intenzioni a volte, rimangano tali, perché il metterle in pratica, spesso si rivela assai complicato. Secondo statistiche ufficiali che migliaia di persone si rovinino al “gioco delle scommesse” perché – spiegano – non ne possono fare a meno. Personalmente – e chiudo – nel corso del “futuro” che ho già alle spalle, il “vincere al gioco” quale che sia, non mi ha mai preso. Ho due precisi ricordi che riguardano due “vincite”. La prima nel 1966 al Bar Trinacria quando nel periodo di Natale sorteggiavano cassette di liquori e qualche anno dopo nello stesso Bar dove c’era una sorta di vetrina orizzontale piena di pacchetti di sigarette adagiati. Bastava inserire una moneta da 50 lire e si metteva in movimento una pinza che poi calava sui pacchetti di sigarette disposti non in verticale. Nella prima vinsi una cassetta di Liquori della BUTON e nella seconda un pacchetto di DIANA. Due cimeli indimenticabili. Come dire che a volte “basta accontentarsi di poco”. 
domenica 11 agosto 2019

Antonino Marino – (cittadino di Messina)

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