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Conclusione dei lavori

70a settimana Liturgica: non solo esteriorità ma interiorità

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Don Marcello Pavone, nella giornata conclusiva della 70a settimana liturgica, ha fotto con noi un bilancio di questi giorni di lavori.
Siamo partiti da un interrogativo che è stato quello propostoci da fr. Enzo Bianchi, ci spiega, "è possibile essere cristiani nella società di oggi?" potremmo tradurlo anche, visto il tema che accompagnato questa settimana, con "è possibile essere Santi oggi nella società secolarizzata in cui viviamo?" La risposta ce la dà proprio la liturgia, "si è possibile", non perché dipende da noi ma perché è Grazie del dono di Dio. Ecco perché è possibile, e la liturgia credo che ci insegni proprio questo: a saper comprendere che tutto non si basa su noi stessi, ma che la priorità è, invece, proprio in questa azione di Dio e nella liturgia in cui si concretizza e ci rende Santi. A questa iniziativa di Dio, come chiamato a rispondere, quindi, a fare la propria parte, è Dio stesso che ci raggiunge in primo luogo proprio nella celebrazione liturgica. La celebrazione liturgica che, ovviamente, si esprime attraverso un linguaggio, e questo linguaggio è quello del rito. Il rito, certamente, dice anche esteriorità, perché fatto ovviamente di segni, di gesti, di colori, di linguaggi particolari e di cose che si mettono, insomma, in atto e questo, tante volte, è stato visto quasi in opposizione all'interiorità. Tante volte noi argomentiamo pensando che interiorità ed esteriorità siano due cose che si oppongono a vicenda, mentre un altro dei punti approfonditi, proprio in questa settimana, è stato questo: che l'interiorità non si oppone all'esteriorità, perché il rito è esteriore. Perché corrisponde anche a quello che siamo noi, cioé siamo fatti anche di carne, di concretezza e Dio ci raggiunge proprio nella concretezza di quello che siamo ed è un aspetto anche bello. Ci raggiunge, quindi, anche con la nostra corporeità, con i nostri sensi che si nutrono anche di esteriorità. Il problema dove nasce? Il problema nasce, ed è quello che un po' tutte le relazioni di questa settimana hanno sottolineato, quando il culto, ovvero, il rito, anche fatto di cose esteriori, non si traduce concretamente nella vita. Quindi, ecco che la risposta di tutta questa settimana liturgica è proprio questo: C'è la necessità e l'urgenza inderogabile di ogni Cristiano e della Chiesa di oggi che, al culto celebrato, ovvero, anche al rito, nel quale Dio si rende presente, agisce, ci fa santi, ci dà opportunità nuove, corrisponda poi una traduzione concreta. proprio nella prassi ecclesiale, nella la prassi di santità, che sostanzialmente si traduce in una parola "Carità", perché se è la fede che ci rende cristiani e la carità che ci rende credibili, questo è importante. Quello che questa settimana liturgica, in qualche modo ci lascia, è proprio questo: la capacità, la sfida, se vogliamo, di saper tradurre la liturgia che celebriamo proprio in gesti concreti di carità, in una vita di carità. Dove per carità, ovviamente, non si intende semplicemente l'aiuto al bisognoso. Occorre la testimonianza che ci crediamo davvero e che, quindi, anche nell'altro, che può essere: sia il fratello che ci sta accanto, ma anche il più lontano che bussa alle nostre porte e chiede ci sia effettivamente il volto di una chiesa che accoglie, e non solo celebra l'uomo di oggi in tutte le sue componenti. In questo modo, la liturgia diventa quello che il Concilio Vaticano II ci ha detto già, tanti decenni fa, fonte e culmine a cui tende tutta l'azione e la vita della Chiesa.
Abbiamo chiesto a don Marcello: Lei parlava ora di Carità, ma per Carità che cosa intendiamo? Spesso si dice e sì fa un gran parlare di Carità. però poi molti, di fronte alla richiesta della Chiesa, dicono: siete bravi ad accogliere a parole, ma poi bisogna passare ai fatti, quindi, accoglieteveli voi. 
La Carità è, non una conseguenza dell'essere cristiani, continua don Pavone, ma è proprio la carta d'identità del cristiano, quindi non può essere delegabile. Tante volte oggi si parla di Carità, ma poi, appunto come diceva lei, si delega: o ad istituzioni, o alla chiesa, o qualcuno, proprio di coniugare questa carità. Invece no. La Carità fa parte proprio del nostro essere cristiani è la vocazione del Cristiano e la liturgia ci educa e ci insegna a fare tutto questo. Ovviamente, la Carità, poi, si sfaccetta in tantissime forme, perché ovviamente noi abbiamo ridotto la Carità al solo fare la carità, che è proprio l'aspetto forse più minuto della Carità. L'aiuto al concreto bisogno che può essere: dare la monetina, il pacco della spesa, ma tante volte la Carità è il fatto del cuore, cioè fare spazio nel mio cuore all'altro, questo innanzitutto è Carità. Carità è, principalmente, donare Gesù Cristo, testimoniare Gesù Cristo, trasmettere Gesù Cristo e poi diventa tutto il resto. Quando si tratta di Carità, pensiamo a cose pratiche da fare, mentre ci dimentichiamo che la Carità in assoluto è un modo di essere, è qualcuno da annunciare e da testimoniare, poi se c'è tutto questo, verrà spontaneo anche tradurlo in gesti concreti. Se, però, si parla direttamente di fare gesti concreti, senza aver capito ciò che dobbiamo concretizzare, questa Carità rimarrà sempre una grande parola sbandierata, una grande parola, ma solo una parola vuota.
La prossima settimana liturgica
, annuncia, si svolgerà l'anno prossimo a Cremona, quindi, sarà una diocesi del Nord dopo una del Sud a raccogliere proprio questo testimone. In qualche modo oggi è stato passato da Messina a Cremona. Una Chiesa che, ovviamente, vive in un altro territorio, una Chiesa che ha altre problematiche, una Chiesa che, però, sa che se non si attinge dalla liturgia, cioè da Cristo, perché la liturgia è Cristo stesso, tutto lo sforzo umano rimane ovviamente vano. Gli sforzi umani, proprio perché umani, possono arrivare fino a un certo punto e, quindi, questo passaggio del testimone, alla fin fine, è sempre una continuità, perché la Chiesa cammina in continuità. E' bello anche la comunione tra le Chiese, perché ogni Chiesa ha il suo territorio, le sue problematiche, le sue iniziative, il suo volto, ma, alla fin fine, siamo tutti accomunati proprio da Cristo stesso ed è Cristo stesso che viene incontro a noi, si comunica a noi e poi chiede di camminare accanto a lui.
Foto di: Antonio De Felice
giovedì 29 agosto 2019

Marilena Faranda

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