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contro la decisione USA di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele

Appello di solidarietà al popolo palestinese

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Gerusalemme, una delle città più antiche del mondo, dal 1948 è teatro di conflitti, causati dall'occupazione israeliana, nei confronti della popolazione palestinese, che si è vista togliere prima la parte occidentale della città e poi nel 1967 vedere occupata anche la zona est.
Gerusalemme è quindi divisa in due parti separate da un muro alto circa 8 metri che causa gravi problemi e danni alla struttura sociale ed economica.
Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte del presidente USA è un altro doloroso colpo al morale dei palestinesi, poiché dimostra ancora una volta come le potenze internazionali agiscano senza accettare o riconoscere l’esistenza dei palestinesi, nonostante sia la popolazione che subisce il peso delle conseguenze. Il problema della dichiarazione USA, tuttavia, non si basa sul riconoscimento e sull’affermazione in sé, ma sulla serie di eventi che hanno portato alla sua concretizzazione. è il culmine del fallimento internazionale nell’affrontare le violazioni di Israele dei diritti umani, il continuo sostegno degli Stati Uniti a Israele, l’incompetenza della Leadership palestinese nel raggiungere soluzioni attraverso gli sforzi diplomatici e, più recentemente, la nuova amicizia che l’amministrazione statunitense sta costruendo con alcuni Stati arabi. 
La storia si ripete. 
Quest’anno – anno in cui Gerusalemme è riconosciuta dagli Stati Uniti come la capitale di Israele – segna anche 100 anni da quando Lord Balfour concesse al movimento politico sionista il diritto a una patria ebraica in Palestina. L’ultima decisione americana, quindi, riecheggia la stessa posizione secondo cui le potenze internazionali possono ignorare la popolazione indigena palestinese e il loro diritto all’auto-determinazione. Il governo israeliano ha imposto un controllo assoluto e completo sulla popolazione palestinese a Gerusalemme, proprio come ha fatto in altre città e paesi palestinesi. I palestinesi di Gerusalemme possiedono solo documenti di residenza, che possono essere revocati in qualsiasi momento; Israele demolisce continuamente case nei quartieri palestinesi con il pretesto che mancano di permessi, e i giovani palestinesi sono bersagliati in modo discriminatorio dalle forze israeliane. Sono queste politiche israeliane, le stesse politiche contro cui i palestinesi hanno protestato per anni, che hanno messo a tacere le voci palestinesi così che Gerusalemme possa essere presentata di fatto come israeliana. Il bilancio drammatico di queste ore in Palestina è di 4 morti e di almeno 750 feriti tra Gaza e Cisgiordania, dopo le manifestazioni contro la decisione provocatoria, ostile e criminale del presidente Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele e di spostare pertanto li, da Tel Aviv, l’ambasciata statunitense. Non è da meno il Presidente israeliano Netanyahu che gettando ancora benzina sul fuoco ha esortato i Paesi europei a seguire la scelta degli Stati Uniti, spostando le proprie ambasciate a Gerusalemme e riconoscendo la città come capitale d'Israele. La pace non solo è sempre più lontana a causa dei continui e quotidiani atti di violenza ed espropriazione da parte dei coloni israeliani nelle terre palestinesi, ma questo atto rappresenta un vero e proprio attacco geopolitico e militare. Gli Usa senza tradire la propria vocazione imperialista, sovraintendendo a molteplici operazioni militari di rapina nel mondo, forniscono, oggi, l’assist al Governo di Tel Aviv per dispiegare l’ennesima aggressione ai danni del popolo palestinese. In questo quadro tuttavia non crediamo alla recita da poliziotto cattivo raffigurato dagli Usa e a quello buono europeo che prende le distanze da queste scelte. L’Europa e l’Italia in particolare devono smetterla di vendere armi ad Israele! L’Italia secondo Giorgio Beretta, analista dell’Opal, è il maggior esportatore di armi leggere e sistemi militari dell’Unione Europea verso Israele: stiamo parlando (dati di un paio di anni fa) di 470 MILIONI DI EURO di esportazione di sistemi militari rilasciate e 21 MILIONI DI DOLLARI di armi leggere vendute negli ultimi anni. Le relazioni annuali del nostro Governo hanno sempre rappresentato con orgoglio il boom dell’export di armi italiane. “Un business quasi raddoppiato nell’ultimo anno (14,6 miliardi di autorizzazioni rilasciate nel 2016 contro i 7,9 miliardi del 2015) e quasi sestuplicato negli ultimi due anni (era a 2,6 miliardi nel 2014)”. Nel 2017 abbiamo esportato verso Israele 2.803.075 tra fucili e pistole. Ricordiamo la commessa di oltre un miliardo di dollari per la fornitura di 30 caccia-addestratori “avanzati” M-346 “Master” di Alenia Aermacchi (società italiana aereonautica di Finmeccanica). 
Chi dice che questa guerra non ci appartiene perché distante 4000km e non ci tocca, dice solo un'assurdità! Non solo perché la guerra in Palestina è un conflitto centrale per gli equilibri del Medioriente, ma anche perché la politica italiana di commercio di sistemi militari insanguina quella regione e contribuisce ad ingrossare i flussi di profughi e rifugiati verso le nostre terre. Fratelli migranti che spesso scappano dalla distruzione incontrano la morte nei nostri mari. 
BASTA! E’ del tutto evidente che le relazioni tra enti di Ricerca, Ministeri, Fondazioni ecc. occultano mediante approccio accademico, modalità di rafforzamento in campo militare dello Stato sionista: una delle forze militare e di intelligence più forti al mondo. Anche nelle nostre Università ad esempio, gli accordi di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra Italia e Israele, l’ISERD (Israel-Europe R&D Directorate) e l’Office of the ChiefScientist incaricato di promuovere Ricerca & Sviluppo industriale nello Stato di Israele sono intimamente intrecciate con l’aspetto militare e colonialista e nel caso specifico con lo sviluppo anche di nanotecnologie militari. Queste cose le vogliamo denunciare perché pericolose ed insidiose! Marcel Shaton, ex direttore dell’ISERD (IsraeliDirectorate for EU Framework Programme – organismo interfaccia per la partecipazione di Israele ai Programmi nell’ Ambito dell’Unione Europea) a Tel-Aviv, affermava che la ricerca sostiene l’industria dell’armamento e che, con toni giustificativi, la tecnologia non militare è utilizzata ai fini militari ovunque nel mondo. Vogliamo dire pertanto che ogni bulldozer (sapientemente ideato all’estero) che rade al suolo una casa palestinese, ogni missile che si staglia tra i cieli di Gaza, ogni proiettile sparato nelle manifestazioni del popolo palestinese, ogni arma che crepita indisturbata nel cuore dei conflitti mediorientali, sono soldi impiegati per morte e distruzione e sono soldi sottratti a sanità, istruzione e case popolari in Italia. Come diceva George Habash, una figura storica della resistenza palestinese: «La lotta contro l’impresa sionista potrebbe durare un altro centinaio di anni; chi non ha la forza necessaria dovrebbe farsi da parte». Invitiamo quindi la comunità messinese a sostenere il popolo palestinese incontrandoci domenica 17 dicembre alle ore 11 a Piazza Cairoli e chiediamo il ritiro del Giro d'Italia da Israele. Non condividiamo questa scelta, la volontà di varcare i confini italiani da parte degli organizzatori avrebbe dovuto premiare un paese pacifico e non un regime teocratico che ha scelto la violenza come arma di sottomissione dei palestinesi.
Hanno fin'ora aderito: 
Arci Territoriale di Messina e Circolo Thomas Sankara di Messina
Cambiamo Messina dal Basso
Centro culturale islamico 
Comunità Palestinese di Messina 
Partito della Rifondazione comunista - Federazione di Messina e Circolo Peppino Impastato di Messina
Sinistra Italiana 
Unione Inquilini Messina
sabato 16 dicembre 2017


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