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“Come un granello di sabbia” in scena al Clan Off Teatro

La vera storia di una libertà negata

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Il teatro racconta la vita in tutte le sue forme. Ne delinea il volto buono fatto di infiniti attimi di felicità, quanto quello cattivo ricco di storture, di ingiustizie tali da sembrare irreali. Ingiustizie, silenzi, verità volutamente celate che, spesso, si intrecciano dando vita ad una fitta rete che intrappola un “pesce piccolo”, un innocente. Questo è, senza dubbio, il caso di Giuseppe Gulotta, protagonista di un recente ed incredibile caso di frode giudiziaria. Un caso che rivive a teatro grazie allo spettacolo “Come un granello di sabbia”, scritto e diretto da Salvatore Arena e Massimo Barilla, in scena questo fine settimana al Clan Off Teatro
Giuseppe Gulotta è un giovane muratore, ha diciotto anni, vive la spensieratezza dei suoi anni, correndo sulla sua vespa ed osservando le bellezze del paesaggio siculo circostante con il vento che gli scompone i capelli. Respira a pieni polmoni quell’aria, che presto sarà per lui solo un ricordo. Festeggia con i suoi amici il raggiungimento della maggiore età, quando d’improvviso la sua vita si ferma, si trova catapultato in un incubo che durerà per ben trentasei anni. Viene arrestato con l’accusa di aver ucciso due carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, il 27 gennaio 1976 nella casermetta “Alkamar” di Alcamo Marina. Si ritrova così chiuso in cella, a godere di quel poco di aria compressa tra quattro mura, mentre i mesi, silenziosamente, passano. Con la violenza i carabinieri gli estorcono una falsa testimonianza e il suo calvario ha inizio. Processi, sentenze si susseguono in un continuum giudiziario che Gulotta non riesce a comprendere. Dietro quella strage c’è un “lungo filo nero”, un filo di sangue, di inganni che unisce Alcamo, Palermo e Trapani. Una trama che non va scoperta, una verità fotosensibile che non deve venire alla luce. Gulotta diventa, dunque, capro espiatorio di una storia durata anni, in cui nessuno ha mai ascoltato, realmente, la sua voce. Gli viene concessa, dall’ennesima sentenza, la libertà vigilata, sembra potersi creare una nuova vita, si innamora di Michela, spera, finalmente, di poter “lavare” il proprio nome. La giustizia, però, gli chiede, nuovamente, il conto e tutto ricomincia. Giustizia: è lecito chiamarla tale? Essa chiede ad un innocente il conto di un atto non compiuto. 
Un atto che resta misterioso, un calvario giudiziario che si conclude il 13 Febbraio 2012, quando la Corte d’Appello di Reggio Calabria assolve con formula piena Giuseppe Gulotta. Dopo trentasei anni, viene riconsegnato al mondo, torna a vivere, ad essere libero. Che mondo è, però, quello in cui la verità resta nascosta sotto una coltre di silenzi, mentre un innocente trascorre le sue ore in carcere? E l’aria perduta chi mai potrà restituirgliela? I giorni, i mesi, gli anni trascorsi sentendosi macchiato di una colpa non commessa? Nessuno. Nessuno potrà mai restituire tutto ciò né a lui né a chi come a lui si è trovato a vivere circostanze simili. 
Una storia drammatica che rivive sul palcoscenico grazie a questa pièce in tournée nazionale, prodotta da Mana Chuma Teatro, e vincitrice del Premio dell’Associazione Nazionale Critici Teatro 2019. Una storia che il pubblico vorrebbe fosse solo finzione teatrale e non dura realtà. Una realtà che porta il nome di Giuseppe Gulotta, interpretato magistralmente sulla scena da Salvatore Arena. Quest’ultimo racconta, passo dopo passo, sensazioni, emozioni, lacrime di un uomo che non ha mai scelto la facile via della fuga ma ha deciso di lottare a testa alta, restando come un granello di sabbia all’interno di un enorme ingranaggio. 
Un ingranaggio che mostra il suo volto peggiore e che invita, inesorabilmente, lo spettatore a riflettere sulla parola giustizia, sulla sua reale essenza, su quei casi fatti di fascicoli accatastati, di carte intrise di sangue e di polvere che, forse, mai nessuno rimuoverà. Omissioni, errori, falsificazioni e silenzi necessari non per riportare alla vita un innocente ma per proteggere i capi di organizzazioni di malaffare. Una giustizia, se è lecito chiamarla tale, che erra a danno di chi dovrebbe proteggere, a danno dei più deboli, innocenti che diventano vittime sacrificali, granelli di sabbia chiusi all’interno di enormi ingranaggi.

domenica 9 febbraio 2020

Alessia Vanaria

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