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“Patres” in scena al Clan Off Teatro

Mare: locus di storie, attese e desideri

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Il mare è un locus dai tratti unici, una realtà materiale infinita, dove tra le onde iniziano, accadono, finiscono storie. Storie di pescatori che conoscono e rispettano il mare, storie di navi che arrivano in porto o perdono, completamente, la rotta. Il mare, però, non è solo di chi lo vive ma anche di chi lo osserva, di chi seduto sulla riva ne guarda i movimenti, o ne sente, soltanto, l’odore attendendo che le onde gli restituiscano, gli consegnino ciò che più desidera. Questo è il caso di quello che potremmo definire un novello Telemaco, il protagonista di “Patres”, lo spettacolo teatrale di Saverio Tavano in scena questo fine settimana al Clan Off Teatro
Il giovane novello Telemaco di Calabria trascorre le sue giornate sulla riva del mare, a scrutare l’orizzonte. Di questo locus infinito conosce solo l’odore, poiché è nato cieco e, dunque, non può che immaginare lo spettacolo che tale immensità può regalare. Si interroga, costantemente, chiede a sé stesso “ma si u mari è blu e u cielo è azzurru, l’orizzonti chi è nto miezzu, i chi culuri è?”; “Quanto è grande lu mari?”. Domande a cui non potrà mai dare una risposta, potrà solo accontentarsi dei racconti di chi quel mare lo vive, di chi lo guarda dagli “apparecchi” che solcano il cielo. Spesso, allunga le mani, tende il palmo verso quell’immensità e gli sembra di poterla toccare, di poterla “vivere”. Suo padre gli ha insegnato a fare così, ad allungare le mani per conoscere il reale, per averne una percezione concreta. Gli ha insegnato a conoscere il mare, i venti, il sole, perché “a varca ‘on si guida cu l’uocchi, si guida cu l’aricchi!”. Quello stesso padre, però, è colui che ha reciso i suoi “orizzonti”, delimitato ogni sua speranza conoscitiva legandolo con una fune alla caviglia, consentendogli di muoversi solo in un ristretto perimetro. Quello stesso padre che non ha mai rappresentato per lui un modello esistenziale, ha seminato “veleni” in mare, causato morte fino ad arrivare ad abbandonarlo, a partire per Santo Domingo. “Telemaco” con accanto il suo fedele cane Argo ne attende il ritorno, perché prima o poi avverrà. Si ritorna sempre allo stesso punto, si ritorna sempre nel luogo da cui si è partiti. 
Una pièce intensa, a cui a conferire un quid in più è, senza dubbio, la magistrale interpretazione di Gianluca Vetromilo nei panni del giovane Telemaco. Si è immedesimato, perfettamente, in quel giovane cieco, orfano del padre e di un’esistenza completa. Conoscitore di una realtà filtrata attraverso un mappamondo, una barchetta giocattolo, o attraverso i racconti di un padre, interpretato abilmente sulla scena da Dario Natale, incapace di costruire un sincero rapporto con il figlio. Ne ha raccontato, sapientemente, la storia, facendola conoscere al pubblico in tutta la sua drammaticità. 
Un testo teatrale, quello di Tavano, che unisce mito e attualità. Molti elementi ricordano il celebre nostos omerico, dal nome del cane Argo a quel senso di attesa che speri non si riveli vana. Numerosi, ovviamente, anche i richiami alla realtà odierna, rievocata attraverso le immagini di un mare, spesso deturpato e che si tinge di rosso. Una realtà dove i patres, che siano genitoriali, politici o spirituali, hanno, sempre più, perso il loro ruolo. Non costituiscono più dei modelli per i “figli”, che si trovano a vagare nel reale senza alcun appiglio, come una nave che non riesce a seguire la rotta e a giungere in porto. Il “pescatore” quando vede la sua imbarcazione in balia delle onde attende che il vento si calmi, perché non lo travolga la tempesta e possa domare quei flutti tempestosi. Attende ciò che potrà accadere o solo ciò che, inesorabilmente, desidera.

domenica 26 gennaio 2020

Alessia Vanaria

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