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“Cicoria” in prima nazionale al Clan Off Teatro

Solitudini tra scontro e incontro

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Una piccola cella di un carcere del sud d’Italia diventa luogo di incontro di due esistenze, di due anime solitarie che il destino ha voluto far incontrare perché potessero raccontarsi, ritrovare se stessi. Ed è da questo singolare incontro che trae origine la pièce teatrale “Cicoria”, in prima nazionale questo fine settimana al Clan Off Teatro. 
Una detenuta e un detenuto, Rosa e Angelo si ritrovano, d’improvviso, un mattino a dividere quello spazio dai confini ristretti, quella cella “nica nica”, quella realtà che non ha nulla in comune con la vita vera. Guardano il mondo da quella piccola finestra, la “bocca del lupo”, che gli mostra solo una piccola porzione, una “muddica” di cielo. Trascorrono il tempo lavando i propri corpi e le proprie vesti con un’acqua che, se pur sporca, consente di mantenere un certo decoro, una certa purezza e dignità. Un estremo tentativo di non perdere totalmente se stessi tra quelle mura che trasudano di parole, di preghiere e di ricordi. “La verità sta nel silenzio” scrive Angelo non appena viene catapultato in quella dimensione tristemente atemporale, una massima che si aggiunge a quelle già scritte e che riassume, al meglio, la sua storia. Poche parole che sublimano un mare di ricordi. E la “rimembranza”, per usare un lessico leopardiano, è ciò che resta unicamente a questi due individui. Rosa ricorda e racconta ad Angelo i bei momenti della sua infanzia, la “caccia” alle ciliegie e i rimproveri dei propri genitori, descrive l’amore che prova per i propri figli. Questi ultimi sono frutto di un cuore traditore, di una passione nata, ingenuamente, da un maledetto scambio di sguardi. Nulla, però, di cui essi dovessero pagare pegno, quel tutto, invece, per cui Rosa ha iniziato a spacciare droga fino alla sera del suo arresto. Angelo, al contrario, è un poliziotto che la vita ha privato degli affetti più cari e che è considerato, per uno strano scherzo del destino, responsabile di un omicidio. 
Due storie che si intrecciano e che vengono raccontate, magistralmente, in scena da Francesco Bernava e Alice Sgroj. Solitudini che all’inizio si scontrano dietro una reale e al contempo metaforica linea di demarcazione creata da alcuni bidoni che usano nel loro quotidiano. Solitudini che, infine, si incontrano nel tentativo di ritrovare se stessi, di riscattarsi agli occhi del mondo, di scrivere un domani diverso. Un tentativo che si consuma passo dopo passo, parola dopo parola attraverso lunghi dialoghi, scritti da Francesco Romengo, intrisi di dialetto siciliano, di una giusta dose di ironia atta ad allentare, in alcuni attimi, la tensione ma anche di riflessione. Non si possono non ricordare, a tal proposito, i soliloqui dei due personaggi nella “fase di conoscenza” o gli intensi monologhi/racconto. Recitativi accompagnati da un adeguato uso di luci e brani musicali che spaziano da Arvo Part a Puccini. 
Elementi che sembrano “colorare” le esistenze di Rosa e di Angelo. Due vite, due storie amare come la cicoria che, in tempo di guerra, si usava per fare il caffè. Eppure, nonostante sembrino “surrogati” di esistenza, fantasmi di ciò che stato e non potrà più essere, foglie autunnali riarse dal sole e cadute sul terreno, Rosa e Angelo invitano, attraverso parole e gesti semplici, ad amare la vita. Quella vita che, al momento, appare loro filtrata attraverso la “rimembranza” ma che al di là di quelle mura, di quella “bocca del lupo”, continua a scorrere seguendo una reale dimensione temporale. Una realtà che ieri hanno dovuto abbandonare per espiare le proprie colpe, una realtà di cui oggi hanno timore ma che sperano domani di poter colorare in maniera completamente nuova.


domenica 1 dicembre 2019

Alessia Vanaria

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