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“A testa sutta” di Luana Rondinelli in scena al Clan Off Teatro

Un dialogo tra due anime oltre ogni forma di diversità

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Una conta a nascondino che termina, costantemente, prima del dovuto, che resta sospesa così come può rimanere la vita di un individuo, costretto a vivere ai margini della società, di una realtà che non perdona, che non accetta gli indifesi. Inizia così il racconto di Giovanni, protagonista dello spettacolo teatrale “A testa sutta”, scritto da Luana Rondinelli e in scena questo fine settimana al Clan Off Teatro
Giovanni vive in una triste periferia di Palermo, tra case popolari, vicoli e viuzze dove gioca insieme agli altri picciotti. Gioca ad “ammuccia ammuccia” ma riesce a contare solo fino a cinque. Poi, si volta, come guidato da un volere superiore, per controllare che nessuno sia andato via, che non sia rimasto solo. Eppure, Giovanni è sempre solo. Per gli altri picciotti è “U biunnu”, l’unico ragazzo con i capelli biondi e gli occhi azzurri mentre tutti hanno capelli e occhi scuri. Giovanni è abbunazato o abbabbasunato, come la gente della sua Palermo lo apostrofa. Vive con ingenuità, e guarda il mondo con il suo sguardo innocente. Guarda alla madre che lo vorrebbe veder guarire da questa sua “diversità”, al padre che non lo accetterà mai e non si rassegnerà mai alla sua esistenza, a quei picciotti così diversi da lui che lo deridono e scherniscono quotidianamente. Spesso, gli tirano addosso anche delle pietre che tiene conservate in un cassetto della sua stanza. Sarebbe destinato a perire sotto quei colpi, a piegarsi di fronte ai più “forti”, se non ci fosse al suo fianco il cugino. Egli è profondamente diverso da lui, ha gli occhi e i capelli scuri come gli altri, è sperto e conosce bene la realtà del mondo. Eppure, sin da quella difficile venuta al mondo, ha scelto di tifare per Giovanni. Ha scelto di proteggerlo, di svegliarlo, costantemente, dal suo torpore, di condurlo alla conoscenza del vero volto del reale. I due diventano come una sola anima che ha come unica mera divisione quella corporale. Giocano insieme, corrono in motorino senza meta per le vie del paese, e ogni tanto si fermano a guardare il mondo “a testa sutta”. Una dimensione straniata, una dimensione molto simile, però, a quella in cui Giovanni si trova a vivere nel quotidiano. Due picciotti che si distinguono da tutti gli altri, due picciotti il cui legame resterà sempre indissolubile, inscindibile. 
Una pièce che fa riflettere sulla diversità, sull’approccio che nel quotidiano si ha nei confronti del diverso. Una diversità che oggi può avere diversi volti, può essere fisica, sessuale, mentale, razziale o culturale. Poco importa quale sia il suo volto specifico, dal momento che la reazione del mondo risulta essere, purtroppo, sempre tristemente la stessa. Il diverso è deriso, schernito, escluso dalla società. Ecco che quello di “U Biunnu” non è un caso singolo, ma è emblema di una storia che non cambia e che si ripete costantemente. 
Una storia che si muove lungo un percorso tristemente delineato e che ha inizio, sempre, con una non accettazione, già, nell’ambito del ristretto nucleo familiare. Il “nido” diventa, dunque, anticamera del mondo esterno, di quella realtà che non accetta e non perdona il diverso. Un percorso a tappe verso il riconoscimento di un’uguaglianza che un triste gioco della natura ha voluto mettere a rischio, ma che la razionalità umana non dovrebbe nemmeno mettere in discussione. Un percorso raccontato magistralmente nella pièce da Giovanni Carta, protagonista e direttore di questa resa scenica del mirabile testo di Luana Rondinelli. Carta domina, ogni istante, il palcoscenico, narra la vita di “U Biunnu”, cambiando voce, tonalità, atteggiamenti, immedesimandosi nei diversi coprotagonisti della vicenda. Dalla madre al padre, dalla zia ai vari picciotti del quartiere, da Giovanni al cugino. Quest’ultimo ha, talvolta, parole di rimprovero verso quel abbabbasunato, talvolta, parole dolci, protettive e rassicuranti. Parole che sono parte, anima di un dialogo che non conosce confini né spaziali né temporali. Un dialogo che insegna a guardare oltre l’apparente, oltre ogni forma di diversità, per riconquistare quella che dovrebbe essere la nostra facies naturale e razionale di uomini. Una facies che questa realtà della “lotta per la vita” sembra aver cancellato. Si tratta, però, di mera apparenza, in quanto essa è solo offuscata da un velo che è arrivato, però, il momento di deporre definitivamente.


domenica 31 marzo 2019

Alessia Vanaria

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