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Al Clan Off Teatro in scena “Miracolo” di Giuseppe Massa

Un invito all’integrazione tra realismo e grottesco

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Due fratelli, due “becchini” svolgono, come di consueto, il loro lavoro in una notte che all’apparenza sembra uguale a tutte le altre. Sulle spalle reggono una bara e sono pronti a seppellirla adeguatamente. Inizia, così, in medias res la pièce “Miracolo”, scritta e diretta da Giuseppe Massa ed in scena questo fine settimana al Clan Off Teatro
Una situazione realistica che lascia, ben presto, il passo ad una grottesca, dal sapore beckettiano. I due becchini non sono in attesa di alcun Godot, ma trascorrono le ore di una lunga notte a pensare, a cercare una via di fuga da una condizione in cui avrebbero preferito non trovarsi mai. Il lavoro di tutta una vita chiama loro oggi ad un compito arduo: dare sepoltura ad un migrante. Un compito reso, ancora più difficile, dalla realtà del cimitero cittadino che è ormai stracolmo e non può fornire alcuna ospitalità. Ecco che nasce un grottesco dialogo tra i due lavoratori precari ed il defunto, che a tratti, mentre i due si scambiano opinioni sul da farsi, sembra rinvenire per poi morire nuovamente. Mentre le lancette scorrono, freneticamente, rendendo sempre più vicina l’alba, i due uomini pensano a come liberarsi di questo corpo. Lanciarlo giù dalla montagna? No, non è il caso, lo troverebbero facilmente l’indomani. Gettarlo nell’immondizia in un sacco nero? Forse, tanto “Niuru cu niuru ‘un tinge”. Opinioni che si susseguono incessantemente, quesiti che restano senza alcuna risposta, fino alla scelta di quell’estrema soluzione finale che nessuno dei due ha il coraggio di attuare. Fare a pezzi il cadavere per non lasciarne traccia è una scelta che chiama in causa, infatti, la responsabilità personale, chiama a fare i conti con quel Dio che ci ha messo al mondo perché nella nostra vita realizzassimo grandi cose e non azioni abominevoli. Sarà, dunque, il caso di attendere e di lasciar fare al defunto/vivo ciò che vorrà, che riterrà opportuno. 
Una pièce che ha, senza dubbio, il merito di affrontare una tematica attuale come quella della migrazione. Racconta una storia che potrebbe verificarsi nel quotidiano lungo le nostre coste. Il dialogo che ne deriva, lo sviluppo che si dà a quest’input realistico è sicuramente grottesco ma ricco di un’ironia che tiene alta l’attenzione dello spettatore. A contribuire a ciò, la straordinaria interpretazione dei due attori, Gabriele Cicirello e Paolo Di Piazza che si muovono con maestria sul palcoscenico, conferendo rapidità, attraverso dialoghi e movenze, ad un’azione che sembrava destinata alla staticità. Un’azione teatrale intervallata, inoltre, da un uso appropriato di luci e suoni. Caparbio e ironico, ad esempio, l’uso intermittente delle luci rosse come “censor beep sound”, per bloccare la pronuncia di termini volgari, non degni di un corretto ed elegante eloquio.
Elementi di forza, “luci” di uno spettacolo che presenta, però, anche, alcune ombre. Tra queste l’uso del dialetto palermitano che, talvolta, diventa veicolo linguistico perfetto in alcuni dialoghi ironici ma, altre volte, si rivela meno opportuno in rapidi scambi di opinione che chiamerebbero lo spettatore ad una riflessione più attenta. Tra le “ombre”, inoltre, quel finale aperto, segnato dal ritorno in scena di una donna vestita di bianco, Glory Arekekhuegbe, che lascia irrisolti quesiti nella mente dello spettatore. 
Luci e ombre, passato e presente, realtà e grottesco si intrecciano in una pièce che, seppur non convince pienamente, ha un merito innegabile vale a dire quello di portare a teatro un tema come quello della migrazione, a cui si guarda da una prospettiva diversa dal solito. Il rapporto con il “diverso” implica, in questo caso, non scelte di integrazione ma scelte che chiamano in causa la responsabilità umana, l’agire rettamente, il non ledere, come è giusto che sia, nemmeno post mortem i diritti di un migrante. Il corpo di un migrante, rinvenuto in mare, non deve rappresentare, in alcuna realtà, un problema da risolvere ma il punto di partenza per il più grande atto di integrazione possibile: donare degna sepoltura a chi, diverso per colore della pelle, razza o religione, è pur sempre uguale a noi, come egli ci ha dimostrato in vita e come noi dimostreremo lui post mortem.


domenica 11 novembre 2018

Alessia Vanaria

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