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“Legittima difesa” apre la stagione #r-esistenze del Clan Off Teatro

Posizioni simili e antitetiche a confronto in una pičce di grande attualitā

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Una maschera della Commedia dell’arte irrompe sul palcoscenico, ed esprimendosi in dialetto veneziano dà inizio ad uno spettacolo figlio della realtà attuale. Una pièce teatrale che apre la stagione #r-esistenze del Clan Off teatro e che porta il titolo di “Legittima Difesa”.  
Un cittadino, un uomo come tanti, abita in un appartamento piccolo ma protetto da ogni meccanismo di sicurezza esistente al mondo. Password, nebbia artificiale sono elementi semplici ma che lo rassicurano, gli garantiscono di poter vivere in serenità in quel luogo che costituisce oggi l’unico bene rimasto: la casa. Da sei giorni ha scelto di rimanere chiuso nel suo appartamento, di relegarsi in uno stato di esilio volontario, evitando ogni contatto con il mondo esterno. I “limiti” che si è creato, però, sono facilmente valicabili. Ecco che un ladro irrompe nel suo appartamento, infrangendo la sua quiete. Il cittadino è terribilmente spaventato ma, al tempo stesso, si mostra risoluto e pronto ad agire. “Meglio un brutto processo che un bel funerale”. Impugna la pistola ma quel grilletto sembra bloccato, la mano sembra non riuscire a compiere quel terribile gesto. 
Il cittadino resta immobile davanti al suo carnefice che inizia a prendersi gioco di lui, mentre va in scena il secondo atto del suo piano. Arriva il complice slavo che finge di dover consegnare una pizza. Il cittadino si trova messo alle strette e inizia a riflettere, a chiedersi quale sia il giusto modo di agire. Se rubare non è lecito, egli ha il diritto di difendersi, di dire no alla violenza. Un ragionamento che perde, però, attimo dopo attimo ogni logicità, si sgretola innanzi al carnefice che lo esorta a guardare il mondo dalla sua prospettiva. La realtà quotidiana è il regno dei ladri e, dunque, sarebbe un lavoraccio farli fuori tutti. E poi, se un ladro non ha diritto di possedere un oggetto altrui, perché mai un cittadino avrebbe diritto ad uccidere il suo possibile carnefice? 
Interrogativi che si sommano lungo il graduale sviluppo di una pièce che unisce in un abile connubio ironia e riflessione. Interrogativi che lasciano aperto un confronto tra due posizioni, quella del ladro e del derubato, simili e antitetiche al tempo stesso. Due figure che si contrappongono, si riscrivono a vicenda in dialoghi serrati che non ammettono remissione di colpa. 
Dialoghi che si susseguono e diventano anima di un testo ben organizzato come quello di Laura Giacobbe. Parole che, grazie alla mirabile regia di Roberto Bonaventura, si accompagnano a movenze teatrali che conferiscono allo spettacolo quel quid in più. Momenti vivaci come quello della “danza di attacco” che vede uno di fronte all’altro il cittadino, interpretato da Francesco Natoli e il ladro, Giuseppe Capodicasa, si affiancano ai monologhi della riflessione o di introduzione allo spettacolo. Quest’ultima è affidata a Michelangelo Maria Zanghì, che riveste un doppio ruolo: da maschera della Commedia dell’arte all’inizio passa a complice del ladro, mente ordita del furto. 
Un furto che, stavolta, resta un tentativo, alimenta un timore con cui il cittadino convive quotidianamente e con cui dovrà continuare a convivere in futuro. Il suo destino è quello di vivere come quel piccolo pesce rosso che nuota in quell’ampolla al centro dello strano appartamento. Osserva silenzioso gli eventi, spera che qualcuno dall’esterno non decreti d’improvviso la sua morte privandolo dell’acqua, spera di ottenere nutrimento dall’alto. Spera di poter, un domani, acquisire consapevolezza di sé e di quale dovrebbe essere il suo corretto modo di agire. Lo stato di natura è ormai di gran lunga superato, l’uomo non è più, come lo definiva Hobbes, homo homini lupus. Non è la giustizia fai da te a risolvere gli interrogativi, non è la violenza l’arma da impugnare per difendersi dall’altro anche se questo viola i nostri diritti, i nostri spazi sicuri e protetti. La nostra libertà ha dei limiti che vanno rispettati e che non vanno infranti per nessuna ragione. Esiste, dunque, davvero una difesa che si possa definire legittima? Esiste, forse, una soluzione ben diversa, che invita a rispondere alla violenza in maniera ben diversa, abbattendo le barriere dell’ignoranza, pulendo i nostri occhi dalla nebbia che costantemente li offusca, liberando il nostro cuore da ogni eccessiva forma di timore. Forse c’è ancora tempo per conoscere l’altro, per capire che le posizioni che sembrano antitetiche ed inconciliabili, in realtà non lo sono. C’è ancora tempo per guardarsi negli occhi e scoprire che si è uguali anche quando si crede di essere profondamente diversi. “Siamo uguali, capo, a me non mi spetta l’orologio tuo e a te non ti spetta la vita mia”.


domenica 28 ottobre 2018

Alessia Vanaria

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