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Sovrasta il portale principale della chiesa madre di Castanea

Unico reperto del “Gran Mirci“ scoperto a Castanea da Giovanni Quartarone

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  E′ recente la scoperta (2015),- fatta da Giovanni Quartarone, appassionato di storia e tradizioni locale, conosciuto come Erode del presepe di Castanea - quando fra le molteplici documentazioni fotografiche, ripassate al vaglio degli strumenti forniti dalle tecnologie più avanzate, ho rilevato che a coronamento dello stemma che sovrasta il portale principale della chiesa madre di Castanea si riscontra l’antico privilegio: “GRAN MERCE’ A MESSINA”. Oggi, stando alle cronache, sono andate perse le uniche testimonianze di questo presunto privilegio ossia un’iscrizione su pietra, collocata tra il 1512 e il 1528,sulla porta che dava accesso al campanile del duomo di Messina, recuperata dopo il disastro del 1908 e incastonata alla base del nuovo campanile e lì rimasta fino ai bombardamenti del 1943[2]; l’altra epigrafe, invece, era ospitata sulla torre campanaria della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli[3]. Oggi con grande stupore è possibile ammirare “l’antico privilegio”[4] che da oltre cinque secoli, presumibilmente, sovrasta il portale della navata centrale della chiesa di san Giovanni Battista di Castanea. Il portale cinquecentesco è sormontato da una nicchia a lunetta contornata da mattoni in pietra lavica, sopra quest’ultima, al centro sotto l’oculo, risalta una cornice rettangolare che custodisce l’epigrafe che attesta la costruzione del tempio nel 1500 a spese del popolo, ai lati due incisioni su fondo cementizio che riportano l’ultimo restauro avvenuto sotto l’era fascista, il tutto sormontato da un monoblocco marmoreo con il raro ritrovamento. Da una prima analisi i reperti, anche se si tratta di due lastre di marmo non di egual misura, poste una a ridosso dell’altra, sembrerebbero coeve sia per la tipologia del materiale che per i caratteri incisi: infatti le lettere rispettano Il 'GRAN MIRCI' messinese che affonda le proprie radici agli inizi del V secolo regnando sull'impero romano d'oriente Arcadio è un privilegio ostentato dai massimi storiografi cittadini dal Maurolico al Samperi, al Bonfiglio, al Gallo, talora censurato dagli storiografi di altre municipalità siciliane tra il possibilismo del Fazello e la decisa critica del Pirri.(…) Sono state proposte diverse letture sul 'GRAN MIRCI A MISSINA' che oscurando l'epopea di Metrodoro alludono ad altri momenti di storia cittadina. Si è fatto pertanto riferimento alla gratitudine dei francesi di Carlo d'Angiò a cui nel 1266 furono spalancate le porte della città o ancora alla riconoscenza di quegli stessi francesi, sedici anni dopo, risparmiati dai messinesi nella nota appendice alla saga dei 'Vespri Siciliani' o alla più antica benevolenza, sempre francese, per le forniture di navi e gli appoggi logistici offerti da Messina nella circostanza di una delle prime 'Crociate'. (Carmelo Micalizzi, www.messinaierieoggi.it) [2] Messina e dintorni. Guida a cura del Municipio, Messina, 1902 (ristampa anastatica a cura di G. Corsi, dal titolo Messina com’era, Messina 1973, pg. 268,269) [3] Quest’ultima invenzione fu divulgata da Bolognetti. (G. Bolognetti, Consilia, Venezia,1575, cons.1,n.35 –in Reina, Delle notizie, cit., p.230 -)…per rafforzare le difese, occorrevano nuove prove. Questa volta scese in campo il Reina. Nel 1668, egli narrava che …Don Bartolomeo Papardo aveva compiuto un viaggio a Istanbul per accompagnare il conte Carlo Cigala, che andava a trovare un fratello, convertito all’islamismo e passato al servizio del sultano. Durante la visita alla capitale, tra le varie meraviglie, era stata loro mostrata anche l’iscrizione che tanto onorava la lontana patria siculala stessa grandezza del modulo di scrittura. Il “GRAN MERCE’ A MESSINA”, sovrasta per tutta la sua larghezza la lastra rettangolare, che raffigura tre stemmi: ai lati due scudi crociati ovvero il blasone della città di Messina; si erge in posizione dominante, il grande vessillo, presumibilmente aragonese. L’arma è inglobata in un aquila, col capo rivolto a destra, della stessa fuoriescono, ai due lati dello stemma coronato, tre piumaggi a sbalzo: i primi due ordini son composti da due file di pinne tondeggianti, posti parallelamente, dalle quali si stagliano cinque piume che danno slancio e ampiezza alla composizione; infine cinque piume ovali fanno da base allo stemma, chiudono il quadro le zampe del rapace con quattro artigli ben delineati: tre per ciascuna zampa sono rivolti verso l’esterno e uno verso l’interno. Lo scudo si presenta troncato. Sopra il canton di sinistra della punta si distinguono cinque forme uguali per dimensione e tipologia rappresentativa, sembrerebbero gigli del casato francese, incastonati in un rettangolo: uno al centro e i restanti quattro dislocati agli angoli. Nel canton destro del punto della punta spiccano tre lance trasversali mentre dal punto della punta si erge centrale uno stelo sormontato da un calice di un fiore dalle sembianze di un tulipano, a desta dello stesso, un quadrupede ovino in movimento. Chiarissime sono le figure del canton destro del punto del capo, ossia una croce patente con gli estremi delle braccia leggermente più larghi del corpo della struttura. La croce è sormontata da un triangolo equilatero, sezionato in tre parti, simbolo della Trinità. Nel punto d’onore, ossia nel cuore, si evidenziano due lance incrociate, sormontate da uno scudo con croce inglobata. Sullo sfondo della composizione si vedono una serie di liste poste in verticale. Quanto sopra descritto rappresenta lo stato di fatto di quanto ancora oggi è visibile nella Basilica Maggiore di Castanea.
 Nascono non poche domande sul perché proprio in una costruzione di cosi grande mole, voluta dal popolo e eretta a proprie spese, accolga le insegne della città di Messina. Dal Quattrocento e per buona parte dei secoli a seguire, fino alla fine del 1700, il Casale non visse serenamente. Infatti i naturali si trovarono nel bel mezzo di contese giurisdizionali fra l’Ordine Gerosolomitano e il Vescovo di Messina. Più volte si fece ricorso al Senato messinese e come se non bastasse, per sedare l’annosa questione, ci furono vari appelli sia al Papa che al Re di Spagna. Nel maggio di tre anni fa, presso l’associazione Giovanna d’Arco di Castanea, in occasione di vari incontri su “i fruitori dei beni artistici monumentali di Castanea, vennero fuori delle importanti scoperte circa il Casale, si discusse proprio sull’importanza e le motivazioni che spinsero il popolo a costruire nel 1500 l’imponente edificio. E′ fuor di dubbio che gli abitanti del villaggio fossero perlopiù dediti all’agricoltura e certamente non così possidenti tanto da costruire a proprie spese un edificio a tre navate, in un terrazzo che per la bonifica fu necessario impiantare imponenti sostruzioni, e la stessa già nel primo secolo risultava dotata di ingenti opere d’arte come si evince dalla visita priorale del 1604.[2] In tale circostanza si sono aperte varie chiavi di lettura. Ritornando alla strana presenza del Gran Mercé a Messina presso la chiesa di Castanea questo è un dubbio tutto da sciogliere. Se risultasse corrispondere al vero che lo stesso privilegio si trovasse nella chiesa di santa Sofia a Costantinopoli un legame possiamo piacevolmente immaginarlo con la devozione alla Madonna della Portella che fu introdotta in questa chiesa. Il titolo della “Portella”[3] veniva attribuito alla Madonna di Costantinopoli venerata a Rivisondoli presso L'Aquila.
martedì 17 aprile 2018


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