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“La Malafesta” di Rino Marino in scena al Clan Off Teatro

Un intenso e surreale gioco delle parti

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Una “tuppuliata” alla porta nel silenzio, un uomo che grida “Taddarita”, chiamando l’amico che continua a rimanere sdraiato nel letto, come se nulla stesse accadendo. Inizia così l’intenso e appassionante gioco delle parti che anima lo spettacolo “La Malafesta” in scena questo week end al Clan Off Teatro
Un gioco delle parti ambientato in un’atmosfera del tutto surreale. Un’atmosfera caratterizzata da storture logiche, da pensieri che si arrovellano nella mente tanto da creare un “gnommero gaddiano” che non consente via d’uscita se non quella dell’inazione. E tra una decisione mancata e l’altra, un’uccisione di insetti e l’altra, una filastrocca e un labile ricordo che affiora, trascorre la miserabile vita di Taddarita e del suo amico. Due disgraziati a cui non restano che occhi per piangere, due disgraziati che si inventano quotidianamente mentre la notte lascia spazio, inesorabilmente, al giorno. Il domani, però, non sarà diverso dall’oggi ma esattamente uguale perché presente, passato e futuro si identificano. Il tempo scorre e non scorre al tempo stesso, come testimonia quella sveglia che segna sempre e soltanto le otto. Sono le otto del mattino oppure le venti della sera? Poco importa, non aggiungerà e non toglierà nulla al misero svolgimento della giornata. 
Un misero svolgimento che viene solo, parzialmente, alterato dall’invenzione di una festa, di un Natale scalcagnato, fuori stagione, che trascina i due protagonisti della pièce in un vortice di sensazioni, di emozioni e di ricordi. Suoni, odori affidati all’oblio sembrano tornare a vivere, gli spettri della memoria prendono corpo mentre i corpi in carne e ossa perdono sostanza. “Siamo tutti spiriti senza carne”
Spiriti vittime di una condizione di inazione, incapaci di autodeterminarsi, di sciogliere il “gnommero gaddiano” e di prendere una decisione. Quell’andirivieni iniziale, quel non sapere se aprire la porta o chiuderla sono metafore di una condizione esistenziale che non allieta ma affligge l’individuo. Lo costringe a vivere entro le mura di un novello castello kafkiano, nell’attesa, nella pura eventualità che accada qualcosa indipendente dalla propria volontà.  
Un’atmosfera surreale costruita magistralmente dal regista, autore del testo e attore sulla scena, Rino Marino. Degna di nota, senza dubbio, la sua interpretazione così come quella di Fabrizio Ferracane, nel ruolo dell’amico di Taddarita. I due artisti della nostra terra sono riusciti, come pochi, ad annullare ogni forma di illusione scenica, trascinando il pubblico nel loro quotidiano, entro i ristretti confini di quell’angusta stanza. Protagonisti di vivaci dialoghi, nella prima parte dello spettacolo, hanno divertito il pubblico con le loro movenze e l’ausilio di un efficace dialetto palermitano. Con inesprimibile maestria hanno guidato, poi, lo spettatore dal ludus alla meditatio finale che ha mostrato un secondo volto della loro abilità scenica non meno rilevante del primo. 
Attori indubbiamente abili, un uso sapiente di luci e suoni, un testo che mescola ironia e riflessione sono gli ingredienti di una pièce che invita l’uomo a riflettere sulla sua condizione esistenziale. Lo induce a rendersi conto della propria natura mortale, che non è, però, sinonimo di necessaria infelicità o totale inazione. Esiste qualcosa al di là delle mura del castello, qualcosa che va scoperto, che merita di essere vissuto prima che la morte ci consegni al nulla, che renda il nostro torpore apparente un torpore definitivo e reale.


domenica 15 aprile 2018

Alessia Vanaria

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