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Al Teatro Vittorio Emanuele Filumena Marturano per la regia di Liliana Cavani

Un classico con un messaggio senza tempo

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Nel nostro vasto patrimonio letterario ci sono testi che hanno lasciato una traccia indelebile, che ci hanno consegnato personaggi, eroi ed eroine, capaci di superare lo sterile limite del foglio bianco per andare oltre, per tingersi di nuovi colori. Eroi ed eroine che riescono ad acquisire costantemente una nuova linfa, che riescono a rivivere sulla scena come se il tempo non fosse mai passato. Nel novero di tali personaggi senza tempo non si può certo non inserire Filumena Marturano, la celebre eroina figlia del genio teatrale di Eduardo De Filippo. Dal quel lontano 1946 che la vide nascere, la figura di Filumena non ha smesso mai di vivere, di raccontare la sua storia al grande pubblico attraverso il cinema, o meglio ancora attraverso il teatro. Ed è proprio a teatro, sulla scena del nostro Vittorio Emanuele che è tornata a vivere questa sera Filumena Marturano.  
L’eroina appare in scena, in piedi sulla soglia della camera da letto, in camicia da notte e con le braccia conserte. Un atteggiamento di sfida verso Domenico Soriano, l’uomo al fianco del quale vive da ben venticinque in una condizione pari a quella di schiava. Agli altri angoli della stanza Rosalia Solimene, una donna del popolo che aiuta da sempre donna Filumena e Alfredo Amoroso, che conosce bene, invece, il passato del suo padrone. Questo schieramento da ring ideale fa da ouverture alla storia. Filumena, interpretata magistralmente sulla scena da Mariangela D’Abbraccio, è stanca di fare la schiava ed è riuscita a strappare al suo avversario, interpretato da Geppy Gleijeses, un matrimonio, facendogli credere di essere in punto di morte. Celebrate le nozze in articulo mortis balza da letto e corre a prendere il posto che in quella casa da venticinque anni le spetta. Ecco che quando sembrava tutto finito, quando il suo uomo era già pronto a festeggiare la sua dipartita con una ragazza di vent’anni di cui si è invaghito, tutto ricomincia. I giochi si riaprono e Filumena sa giocare molto bene, conosce bene il suo avversario e sa che la vittoria non sarà lontana. Passa di stratagemma in stratagemma per evitare che il suo piano fallisca, che don Mimì richieda l’annullamento del matrimonio. Gli rivela di avere tre figli che ha mantenuto per tutti questi anni grazie ai denari che è riuscita a rubargli. Non è sufficiente, l’avversario non molla. Ecco che ripiega su un’espediente più sottile: uno dei tre è suo figlio. Non gli rivelerà mai, però, quale sia dei tre perché possa prendersi cura di tutti e tre in ugual misura, perché “’E figlie so’ figlie…E so’tutte eguale”.  
Un messaggio, che nonostante sia figlio di un’epoca precisa in cui si lottava per il riconoscimento dei diritti dei figli illegittimi, arriva chiaro e forte anche al pubblico di oggi grazie alla straordinaria efficacia del testo e alla non minore regia di Liliana Cavani. I figli, come dice Filumena in uno dei dialoghi con Domenico più celebri, “sono o chille che se teneno mbraccia, quando so' piccirille ca te danno preoccupazione quanno stanno malate e nun te sanno dicere che se sénteno... che te corrono incontro cu' è braccelle aperte, dicenno: "Papà" ... Chille ca' è vvide venì d' 'a scola cu' 'e manelle fredde e 'o nasillo russo e te cercano 'a bella cosa..”. I figli sono e devono essere tutti uguali, indipendentemente da tutto. Lo sa bene Filumena che ha lottato incessamente perché i suoi piccoli potessero avere ciò che era giusto. E oggi? Non esiste più dal lontano febbraio del 1995 il “figlio di N. N”, non c’è motivo di creare ancora inutili discrimini. Eppure in tantissimi luoghi del nostro pianeta ci sono oggi e ci saranno ancora domani donne che, come Filumena, lottano per il riconoscimento dei diritti dei propri figli. Lottano con la stessa tenacia, con la stessa caparbietà, conoscendo bene gli “uomini” che hanno di fronte. Ecco che Filumena e la sua storia non restano confinate nelle pagine di Eduardo, ma riescono a vivere con grande efficacia oggi come ieri. Ecco che il tempo sembra non essere passato, sembra non aver affievolito minimamente la bellezza di un classico della nostra letteratura, l’entità del suo messaggio, la forza di un’eroina capace di sfidare i secoli.


domenica 10 dicembre 2017

Alessia Vanaria

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