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A colloquio con i ragazzi delle terze medie presso l' Istituto comprensivo Paradiso

Inge Auerbacher, sopravvissuta all´Olocausto: la speranza oltre l´orrore

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Un brivido scorre lungo la schiena di chi la ascolta, ma lei ritiene doveroso raccontare l'orrore dei campi di concentramento. Inge Auerbacher, classe 1934, era solo una bambina quando la vita l'ha costretta a conoscere la cattiveria umana, ed ai bambini ha voluto parlare facendo visita agli alunni dell'Istituto Comprensivo Paradiso. Aveva sette anni quando, nel 1942, fu deportata nel campo di concentramento di Terezin, in Cecoslovacchia, con i suoi genitori e, con la sua famiglia, è una delle poche sopravvissute allo sterminio dell'Olocausto. Una vicenda terribile, divenuta trent'anni orsono un libro dal titolo "I am a star", attraverso il quale ha raccontato la dura esperienza vissuta nel campo di concentramento con parole, immagini, disegni che ben rappresentano le emozioni di una donna cui è stata negata la spensieratezza della prima giovinezza. Un incontro toccante ed appassionante allo stesso tempo, quello con i ragazzi della terze classi, che hanno voluto rendere omaggio alla sua storia con un ascolto attento ma anche con la forza dell'esuberanza. E la Auerbacher simpaticamente non si è sottratta alle loro richieste di foto ed autografi quasi a voler sottolineare che passato e futuro sono legati da un filo sottile ma importantissimo. Ospite della professoressa Teresa Lazzaro, Inge Auerbacher ha parlato della prigionia, dei dolori atroci causati dalla scarsa nutrizione, della sporcizia in cui i prigionieri furono costretti a vivere, della tubercolosi che sterminò chi ancora non era rimasto vittima della ferocia nazista, ma anche dell'amicizia vera, intima che la legò ad altri bambini, dei giochi fatti nonostante tutto e tutti, della sua mamma, che con dedizione si improvvisò infermiera per i sofferenti, e dell'amore dei genitori che riuscivano, dividendo un unico tozzo di pane per i loro bambini, ad evitare per giorni che i crampi della fame rendessero troppo difficile affrontare le giornate. Il pane, infatti, veniva portato al campo una volta a settimana utilizzando quegli stessi carretti che, nel resto del tempo, erano utilizzati per portare via i corpi di chi, purtroppo, non ce l'ha fatta. Un'immagine cruda che, tra le tante, ha colpito i ragazzi in maniera profonda, ma che non ha scalfito il messaggio positivo che la Auerbacher ha voluto dare loro raccontando anche di come, una volta liberata dall'armata russa e trasferitasi in America (dove purtroppo ha dovuto a sua volta fare i conti con la TBC), abbia ricostruito con tenacia la sua vita riprendendo gli studi a quindici anni per poi laurearsi e dedicarsi alla ricerca medica. Ed ecco che, laddove si cerca di negarla, l'umanità prende il sopravvento. Con tutta la sua bellezza!
venerdì 20 ottobre 2017

Maria Cristina Rocchetti

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